Scritto da DanieleMD | Sotto alimentazione
Martedì 27 Ottobre, 2009

La parola ortaggio definisce tutte le verdure dell’orto. La parola verdura indica le parti delle piante utilizzate nell’alimentazione.
A seconda della parte della pianta che viene utilizzata in cucina, gli ortaggi si dividono in:
- ortaggi da frutto (cetriolo, zucchina, zucca, peperone, melanzana, pomodoro);
- da fiore (carciofo, cavolfiore, broccolo, asparago);
- da seme (legumi);
- da foglie (lattuga, radicchio, indivia, borragine, spinaci, cavolo, bietola);
- da fusto (sedano, finocchio, cardo);
- da radice (ravanello, carota, barbabietola, rapa);
- da tubero (patata, topinambur);
- da bulbo (cipolla, aglio, scalogno, porro).

Scritto da DanieleMD | Sotto alimentazione
Giovedì 1 Ottobre, 2009
Se hai imparato a cucinare usando come guida un libro di cucina tradizionale, potrai avere parecchie difficoltà a ridimensionare la tua alimentazione, perché le porzioni suggerite dalla letteratura gastronomica sono spesso molto più abbondanti di quelle indicate oggi dai nutrizionisti.
Qualche esempio.
Secondo il Talismano della felicità (di Ada Boni, edizione 1991), per fare un piatto di pasta con le cipolle, bisognerebbe calcolare 115 g di pasta a testa, più 100 g di strutto, 50 di burro, due uova, 30 g di parmigiano. Una bomba calorica, se si calcola che oggi la porzione media suggerita per la pasta è di 70-80 g. E che strutto e burro sono decisamente mal visti per la salute delle arterie.
Per il famoso Cucchiaio d’ Argento, fin dagli anni ‘ 50, una porzione di filetto dovrebbe pesare 130 g. Mentre Elena Spagnol, suggeriva 800 g di vitello per fare un piatto di vitello al limone per 6 persone. Dunque, ben di più dei regolamentari 70 g a testa oggi consigliati. Ma anche gran parte dei ricettari tradizionali più moderni esagera. In genere, prevedono 100 g di pasta a testa per una spaghettata e 150 g di carne per ciascuno commensale, se si vuole preparare un arrosto o un polpettone. Generalmente più in linea sono, invece, le porzioni di pesce previste nelle varie ricette. Ma attenzione ai condimenti: troppo olio e burro.

Scritto da DanieleMD | Sotto alimentazione, bevande
Lunedì 17 Agosto, 2009

Ci sono tre diversi tipi di succhi: il buono, il brutto e il cattivo.
Scopri le differenze.
Il buono. Sono i succhi di vegatali (vd succo di pomodoro, di sedano e carota etc etc) che hanno meno calorie e zuccheri dei succhi di frutta.
Il brutto. I succhi di frutta di certo ci forniscono moltissime vitamine e antiossidanti ma sono naturlamente ricchi di zucchero e di calorie.
Il cattivo. Cocktail di succhi, bevande al sapore di frutta o bibite in lattina (tipo Fanta Lemonsoda chinotto etc etc). Di sicuro queste bevande contengono una minima quantità di succo e berrete soprattutto acqua e zucchero. Queste bevande aumentano il rischio di obesità nei bambini e negli adulti e quindi aumentano anche tutti i rischi correlati all’obesità.

Scritto da carmendlv | Sotto alimentazione
Mercoledì 8 Aprile, 2009

Il Ministero austriaco per l’agricoltura e la salute ha commissionato uno studio che ha messo in luce come la capacità riproduttiva possa essere compromessa a seguito di una alimentazione a base di organismi geneticamente modificati. Da questo studio è emerso che topi alimentati con mais ogm hanno generato una prole nella terza e quarta generazione con notevole riduzione sia del peso che del numero di prole; al contrario i topi alimentati con mais non modificato geneticamente non hanno presentato alterazioni nella riproduzione.
Questo studio diffuso dal governo austriaco ha messo in luce come allo stato attuale non esistono ancora studi clinici effettuati sull’uomo riguardo all’alimentazione con cibi ogm. Uno dei pochi esperimenti che è stato fatto negli ultimi tempi ha evidenziato che il materiale genetico di soia ogm trasferito nel Dna di batteri intestinali dell’uomo ha continuato ad essere vitale, e questo dimostra come anche a distanza di tempo dall’assunzione di cibo ogm, le proteine modificate continuano ad essere presenti nel nostro organismo.
In Gran Bretagna è stato evidenziato un notevole aumento di allergie legate all’assunzione di soia ogm che al contrario non si manifestano con l’assunzione di soia non modificata geneticamente.
In America i cibi ogm sono diffusi ormai da anni, ma sin dall’inizio non ci sono state informazioni tali da poter affermare che esistevano differenze tra i cibi modificati geneticamente e quelli convenzionali.
In Italia, quasi tre italiani su quattro che esprimono una opinione (72 per cento) ritengono che i cibi con organismi geneticamente modificati sono meno salutari di quelli tradizionali ed è pertanto necessario difendere la produzione Made in Italy dai rischi di inquinamento, a partire dalle sementi.
E’ quanto afferma la Coldiretti sulla base di una indagine Swg nel commentare l’approvazione, da parte della Commissione europea, del rapporto sulla coesistenza tra le colture geneticamente modificate e l’agricoltura tradizionale e biologica, nel quale si annuncia la prossima presentazione di un testo legislativo sui limiti da porre in etichetta circa la presenza di ogm.
Nonostante la crisi economica la grande maggioranza dei cittadini non giudica la diffusione degli organismi geneticamente modificati una soluzione positiva e al contrario si rafforza l’opposizione da parte degli italiani (+ 5,2 per cento).
Le coltivazioni Ogm nel mondo non solo non hanno risolto il problema della fame, ma hanno anche aggravato la dipendenza economica dall’estero di molti Paesi in via di Sviluppo, afferma la Coldiretti nel sottolineare che l’Italia con i primati conquistati qualitativi e nella sicurezza alimentare nell’agroalimentare ha peraltro una ragione in piu’ per rispettare il principio della precauzione nei confronti dei consumatori che mostrano una forte opposizione agli Ogm.
Non esistono allo stato attuale studi a lungo termine su quelli che possono essere gli effetti legati all’assunzione di cibi modificati geneticamente. La gente non sa se i cibi ogm possono provocare malattie comuni o se – e questa cosa è ancora più grave – i loro effetti possono comparire dopo lungo tempo dall’assunzione del cibo. Il cittadino teme che la salute di tutti possa essere messa a rischio in nome del profitto senza che ci siano sistematici monitoraggi in grado di garantire una effettiva conoscenza del problema.
Scritto da carmendlv | Sotto alimentazione
Sabato 4 Aprile, 2009

Il germe del grano – e degli altri cereali – costituisce una piccola parte del chicco, ma la presenza di sostanze nutritive preziose è così predominante nel germe da renderlo, sotto certi aspetti, la parte più importante.
All’analisi chimica risultano di particolare importanza la vitamina E, gli acidi grassi insaturi, sali minerali e vitamine del gruppo B. Purtroppo con le operazioni di raffinazione della farina sempre più totale sino ad arrivare alla farina 00 che ritroviamo ormai in quasi tutte le preparazioni alimentari, oltre all’eliminazione della crusca, viene eliminato anche il germe di grano. Il problema è che il germe di grano compromette la conservabilità del grano macinato in quanto subentra l’irrancidimento dei lipidi di cui il germe è ricco entro qualche giorno dalla molitura.
Se nella nostra alimentazione introducessimo regolarmente pane e riso integrale e altri cereali nella loro forma completa non denaturata, povera quindi di numerosi sali minerali e oligoelementi, noi potremmo ignorare tranquillamente l’esistenza degli integratori alimentari.
Il germe di grano in forma di integratore alimentare, può costituire un valido aiuto per arricchire la nostra dieta durante tutto l’anno, oppure ad ogni cambio di stagione o per affrontare periodi della nostra vita particolarmente stressanti.
Lo si può trovare in commercio sotto forma di olio contenuto in capsule gelatinose che sono facili da assumere e sono particolarmente utili per chi accusa sintomi di stress oppure problemi di pelle o di capelli, soprattutto per la presenza della vitamina E che è un antiossidante per eccellenza ultimamente sempre più raccomandato per prevenire l’invecchiamento precoce e tutti i sintomi che l’accompagnano.
Particolare importanza assumono nella dieta anche i cosiddetti germogli, ossia i semi germinati.
Il germoglio rappresenta una particolare fase in cui il seme è stato già sottoposto al giusto tasso di umidità, di calore e di luce per trasformarsi in una pianticella vitale. In questa fase, nel seme che si è trasformato in germoglio, sono avvenuti profondi mutamenti che hanno scisso le proteine in aminoacidi, gli amidi in zuccheri semplici; sono stati attivati numerosi enzimi e il contenuto in clorofilla, vitamine e sali minerali è enormemente aumentato.
Il consumo di germogli – di cereali come il grano e altri semi – è sicuramente un’ottima abitudine alimentare. Non va pertanto confuso il termine germoglio con il germe, in quanto è ben diverso il risultato organolettico e anche il contenuto nutrizionale.
Scritto da carmendlv | Sotto alimentazione
Giovedì 2 Aprile, 2009

Il tofu, il cosiddetto formaggio di soia, per la sua consistenza molle e il suo gusto delicato, permette di consumare la soia in una forma più assimilabile, gradevole e di più facile preparazione, più vicina al gusto occidentale.
Secondo la tradizione popolare cino-giapponese, a inventarlo fu il monaco taoista Lin An, insigne filosofo, nonché alchimista, vissuto intorno al 160 a.C.
La soia è stata da sempre considerata dai paesi orientali – la cui dieta è stata da sempre povera di proteine animali – come un alimento ricco di proteine.
Nei paesi occidentali, invece, la soia è stata introdotta per contrastare l’eccessivo consumo di grassi di origine animale che sono ritenuti responsabili di molte malattie cardio-vascolari. La sua diffusione è legata inoltre alle proprietà anticolesterolo delle lecitine che contiene in abbondanza.
Grazie alla sua semplice preparazione e alle sue eccellenti proprietà nutritive, il tofu è diventato, in gran parte dei paesi orientali ma anche da noi in occidente, il più popolare derivato della soia.
Il metodo di produzione del tofu a distanza di migliaia di anni dalla sua ideazione, è rimasto pressoché invariato. Non richiede particolari attrezzature e gli unici ingredienti sono rappresentati dall’acqua, dalla soia gialla e dal “nigari” che è cloruro di magnesio, estratto anticamente dal mare con un processo di estrazione molto simile a quello del sale marino. La funzione del nigari è quello di provocare la cagliatura della polpa di soia, con un processo molto simile a quello impiegato per la produzione del formaggio.
Per ottenere un tofu di qualità è utile utilizzare varietà di soia proveniente da coltivazioni biologiche. Il procedimento è semplice e si può effettuare anche in casa:
Si mettono in ammollo i semi per circa 12 ore. Una volta risciacquata abbondantemente, la soia viene macinata finemente facendo scorrere un sottile filo di acqua all’interno del mulino, in maniera tale da ottenere una purea omogenea e cremosa. Dopo l’aggiunta di acqua, si fa bollire la purea per circa 20 minuti mescolando continuamente. Si ottiene così una pasta che viene poi filtrata per due volte di seguito, in maniera tale da consentire la separazione del latte di soia dalla pasta (okara).
Il latte così ottenuto si versa in una nuova pentola e si porta ad ebollizione mescolando in continuazione. A questo punto si aggiunge il nigari, due cucchiaini per ogni 300 gr di soia, continuando a mescolare con cura per 5-6 minuti in maniera tale da facilitare la cagliatura di tutto il latte. Dopo aver fatto riposare per 2-3 minuti, si può versare il latte ormai cagliato nelle apposite forme.
Scritto da carmendlv | Sotto alimentazione
Martedì 24 Marzo, 2009

Probabilmente nella nostra vita così frenetica e cittadina, molte scelte alimentari si sono nettamente discostate da una cultura alimentare antica che era sicuramente più sana e più equilibrata.
Nonostante oggi sia tutto massificato e in questa logica rientra anche l’alimentazione, abbiamo però la possibilità di poter attuare una più corretta e consapevole scelta tra gli alimenti, soprattutto se possiamo agire in base ad una corretta informazione.
Se ad esempio ci dovessimo porre il problema di dover scegliere tra il consumo del pane bianco o del pane integrale, è utile sapere che dal punto di vista nutritivo il pane integrale ha un elevato contenuto proteico e vitaminico ed inoltre contiene le fibre che, come sappiamo, svolgono un ruolo molto importante per il buon funzionamento dell’intestino. Al contrario il pane bianco è molto povero di nutrienti ma molto ricco di calorie. Perché si verifichino le condizioni ottimali del pane cosiddetto integrale, è importante che questo risponda a determinate caratteristiche:
- Deve essere veramente integrale, il che vuol dire che non deve essere ottenuto dall’impasto di farina bianca con l’aggiunta di crusca (è questo il pane integrale che si trova quotidianamente in tutti i panifici);
- La farina utilizzata deve essere di provenienza biologica, questo per evitare di assumere residui di fitofarmaci che se usati per la coltivazione del grano, inevitabilmente si vanno a depositare proprio sull’involucro esterno del chicco, la cosiddetta crusca.
- La farina deve essere stata possibilmente macinata con mulini a pietra che frantumano il chicco a differenza dei sistemi di molitura classici che separano la crusca dal germe di grano.
- L’impasto deve contenere esclusivamente farina integrale biologica, lievito naturale, acqua e sale marino.
Tramite il cromo presente nella crusca del pane integrale, il pancreas lavora in modo tale che i carboidrati vengano assimilati stabilmente. Al contrario il pane bianco viene assorbito immediatamente come lo zucchero e al pari di questo agisce sul pancreas provocando un rialzo glicemico immediato.
Nel pane bianco è del tutto assente il germe di grano che è la parte più vitale del grano ma anche la più deperibile ed è qui che si concentrano la vitamina E, la vitamina B1 e gli aminoacidi essenziali che danno a questo alimento il suo alto valore proteico. In questo tipo di pane che più comunemente viene usato, viene in genere utilizzata farina di tipo 1 che non è del tutto raffinata e contiene le proteine del glutine, tutti gli amidi e la crusca è quasi del tutto assente. Per quanto riguarda l’utilizzo di additivi chimici utilizzati nella panificazione, possiamo darli per scontati nel pane più di tipo industriale in cui è segnalata la presenza dell’E282 che è un conservante e l’E472 che è un additivo utilizzato soprattutto nel pane che contiene grassi e latte e ha come scopo quello di ritardare la raffermazione. In ogni caso, nella farina che viene utilizzata nel pane che viene sfornato quotidianamente, è presente l’acido ascorbico (E300) che ha lo scopo di migliorare la lievitazione insieme all’Alfa Amilasi. Negli impasti per panificazione, sono presenti, inoltre, additivi con effetto conservativo, additivi antiossidanti, lecitine, mono e digliceridi di acidi grassi E471, esteri dei mono e digliceridi di acidi grassi E472. Questi in genere riescono a migliorare l’estensibilità dell’ impasto, rendono più soffice e omogenea la mollica e aumentano la conservazione. Insieme al sale è aggiunto anche lo zucchero per aumentare la fermentazione.
Alla luce di quanto è stato detto non c’è da stare molto allegri visto che il pane è considerato attualmente uno degli alimenti più genuini e naturali…Iniziamo a fare del pane in casa, è semplicissimo e salutare e anche divertente.
Scritto da carmendlv | Sotto alimentazione, salute
Domenica 22 Marzo, 2009

Negli ultimi decenni si parla molto del consumo di carni rosse e dell’uso eccessivo che si fa nella società del benessere di proteine animali. Questo come si sa, ha portato all’incremento di alcune patologie come alti tassi di colesterolo e alcune forme tumorali che sono emerse da studi fatti negli ultimi decenni.
Ultimamente da studi effettuati dal Brigham and Women’s Hospital and Harvard Medical School di Boston è emerso che un incremento del consumo di carne rossa può portare a sviluppare il cancro alla mammella.
Altri studi finanziati dall’Oms e condotti dall’«European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition», hanno reso noto nella rivista del National Cancer Institute, che c’è una larga incidenza di cancro all’intestino in chi consuma molta carne rossa.
E’ difficile però poter cambiare radicalmente le proprie abitudini alimentari, soprattutto se si è abituati a mangiare da sempre carne e a questa spesso è difficile rinunciare a favore di un uso di proteine alternative quali la soia, i legumi e i loro derivati.
E’ utile però sapere, se non si vuole rinunciare a mangiare carne, che esiste una grossa differenza tra la carne proveniente da allevamenti biologici e quella proveniente da allevamenti intensivi.
Quello che differenzia un allevamento biologico da uno intensivo è la possibilità di pascolo, l’impiego di foraggi in sostituzione di mangimi di origine industriale e la cosa più importante, la rinuncia ai farmaci di sintesi.
Infatti, al fine di prevenire l’insorgere di gravi epidemie legate ad una esasperata concentrazione degli animali negli allevamenti convenzionali, necessariamente si somministrano di routine grandi quantità di chemioterapici. Inoltre, in questi allevamenti gli antibiotici vengono regolarmente aggiunti al mangime anche per incrementare il peso degli animali, oltre alla somministrazione di ormoni quali veri e propri fattori artificiali di crescita.
E’ utile inoltre sapere che ad esempio, la cosidetta fettina di vitello che presenta un colore chiaro è il risultato di vitelli che vengono mantenuti volutamente in uno stato anemico e nutriti con polvere di latte e speciali additivi in grado di evitare che la carne assuma la colorazione rossastra.
Se proprio si desidera mangiare carne è utile avere una corretta informazione e rivolgersi possibilmente ad allevamenti biologici certificati per evitare di mangiare un cibo sicuramente proteico ma ricco di residui tossici così dannosi per la salute.
In linea generale si consiglia un uso minimo di carni rosse e un maggiore consumo di proteine vegetali, quindi più consumo di cereali integrali, di soia e di legumi ovviamente integrati con l’introduzione di ortaggi e frutta fresca possibilmente di origine biologica.
Scritto da carmendlv | Sotto alimentazione
Lunedì 16 Marzo, 2009

Una alimentazione carente di frutta e verdura porta inevitabilmente ad una insufficiente assunzione di vitamine normalmente necessarie per i fabbisogni dell’organismo, nel quale regolano una serie di reazioni metaboliche. Uno dei principali difetti dell’alimentazione di molti italiani è l’eccessivo apporto di grassi e zuccheri, a fronte di una scarsità di vitamine e altri importanti elementi organici presenti in abbondanza nella frutta e nella verdura.
Uno dei rischi della società cosiddetta “del benessere” è l’obesità, una malattia cronica dovuta ad un eccesso di peso che può comportare complicanze cardiovascolari e dell’apparato muscolo-scheletrico nonché aumentare il rischio di patologie croniche quali diabete, problemi cardiocircolatori, ipertensione e infarto.
Nel commentare la proposta formulata in Inghilterra nel corso della British Medical Association a Clydebank, la Coldiretti ha affermato che, piuttosto che tassare la cioccolata è meglio promuovere il consumo della frutta e dei principi della dieta mediterranea che possono contribuire in modo decisivo alla lotta al sovrappeso e all’obesità e aiutano nella prevenzione di numerose malattie.
Il crollo del 20 per cento nei consumi familiari di frutta e verdura, avvenuto negli ultimi cinque anni, con una tendenza all’abbandono dei principi della dieta mediterranea soprattutto nelle giovani generazioni, sta mettendo a rischio – sostiene la Coldiretti – la “forma” e la salute degli italiani.
Secondo recenti studi pubblicati sul British Medical Journal dell’universita’ di Firenze, la dieta mediterranea riduce del 13 per cento l’incidenza del Parkinson e dell’Alzheimer, del 9 per cento quella per problemi cardiovascolari e del 6 per cento quella del cancro.
Occorre pertanto – conclude la Coldiretti – intervenire nelle case e nelle scuole con una maggiore attenzione ai menu’, anche nelle mense dove deve essere garantita la presenza di cibi sani come i prodotti tradizionali e la frutta e verdura locale che troppo spesso mancano dalle tavole.
Per una dieta equilibrata è quindi consigliabile consumare quanta più frutta e verdura, specie se di provenienza biologica. Questi alimenti dovrebbero essere considerati da tutti come le nostre “medicine naturali” proprio perché possiedono notevoli proprietà medicinali, soprattutto se consumati crudi.
Non far mancare in tavola ogni giorno questi alimenti è la migliore cura di salute e bellezza.
Scritto da carmendlv | Sotto alimentazione
Venerdì 13 Marzo, 2009

Negli ultimi anni si sta andando incontro ad un fenomeno particolarmente grave che è quello dell’estinzione delle api. In alcune aree degli Stati Uniti si è arrivati addirittura all’estinzione del patrimonio apistico del 90%. I ricercatori statunitensi sono propensi a credere che la causa sia da ricercare nell’uso indiscriminato di pesticidi che si fa nell’agricoltura convenzionale.
La scomparsa delle api è stata inoltre attribuita anche al cambiamento climatico di questi ultimi anni. C’è da sottolineare comunque, che le api sono da sempre state indicatori naturali di salubrità ambientale e risentono naturalmente di ogni forma di inquinamento.
In Italia la situazione appare allarmante: solo in Lombardia, la scomparsa delle api ha raggiunto picchi del 50%.
Il problema è tanto più grave in quanto non è a rischio soltanto la produzione del miele ma anche la coltivazione di molti alberi da frutta e di ortaggi.
E’ necessario intensificare la ricerca sulle cause della scomparsa delle api dopo che si è verificata un riduzione variabile dal 30 al 50 per cento del patrimonio apistico nazionale ed europeo. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento al ritorno delle api tra i mandorli in fiore della California secondo il britannico Economist dopo l’allarme scattato in tutto il mondo per la loro moria, che mette a rischio non solo la produzione di miele ma anche l’equilibrio naturale globale con effetti sulla salute ma anche sull’alimentazione, che dipende per oltre un terzo da coltivazioni impollinate attraverso il lavoro di insetti, al quale proprio le api concorrono per l’80 per cento.
Prodotti come mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia, girasole e colza, dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Ma le api sono utili anche per la produzione di carne con l’azione impollinatrice che svolgono nei confronti delle colture foraggere da seme come l’erba medica ed il trifoglio, fondamentali per i prati destinati agli animali da allevamento. Anche la grande maggioranza delle colture orticole da seme, come l’aglio, la carota, i cavoli e la cipolla, si può riprodurre grazie alle api.
Solo in Italia nel 2008 c’è stato un notevole calo di produzione di miele che compromette anche l’immagine di un paese da sempre noto per la produzione di svariate tipologie di mieli unici e pregiati.
Scritto da carmendlv | Sotto alimentazione
Venerdì 27 Febbraio, 2009

Avere un piccolo orto fai da te in cui far crescere frutta e verdura significa un’alternativa alla claustrofobia dell’appartamento. Sono sempre di più le persone e soprattutto gli abitanti delle grandi città che per evadere dallo smog delle città e per trovare uno spazio in cui potersi rilassare e godere dell’aria pura, coltivano da sè anche piccoli fazzoletti di terra in cui poter coltivare prodotti quanto più possibile genuini e possibilmente esenti da pesticidi nocivi, un modo alternativo quindi per garantire la qualità e la sicurezza del cibo.
Da una analisi della Coldiretti emerge che quasi quattro italiani su dieci dedicano parte del tempo libero al giardinaggio e alla cura dell’orto dove raccogliere frutta, ortaggi o piante aromatiche da portare in tavola, come misura antistress, per passione, per gratificazione personale o anche solo per risparmiare. Un esempio di questo tipo è offerto dalla Gran Bretagna dove il National Trust, davanti a una lista di attesa di 100mila persone, ha deciso di usare la terra delle dimore storiche per dare ai britannici la possibilita’ di coltivarsi frutta e verdura in proprio.
Si tratta di un hobby che – sottolinea la Coldiretti – coinvolge allo stesso modo maschi e femmine e che piace ai giovani considerato che è praticato da piu’ di uno su quattro di quelli con età compresa tra i 25 e i 34 anni, anche se l’interesse aumenta con l’età e raggiunge quasi la metà degli over 65.
A livello territoriale il fenomeno è molto diffuso al nord come in Veneto, Valle d’Aosta, e Friuli Venezia Giulia dove interessa oltre il 50 per cento della popolazione e meno nel mezzogiorno dove si scende su valori inferiori al 25 per cento.
Una opportunità disponibile non solo per chi dispone di spazi all’aria aperta ma anche di semplici terrazzi grazie all’offerta di piante di varietà adatte alla coltivazione in vaso. Non solo dunque piante, fiori, basilico, rosmarino e mentuccia, ma anche pomodori, zucchine e lattuga. Le novità offerte sul mercato per preparare l’orto in terrazzo – afferma la Coldiretti – sono molte e non c’è che da scegliere tra peperoni, cetrioli, melanzane, peperoncini piccanti dalle mille forme, rotondi, a cono, a campana , pomodori con i frutti piccoli e dolci, fagiolini e ogni tipo di ortaggio capace di crescere in vaso.
Scritto da carmendlv | Sotto alimentazione
Lunedì 23 Febbraio, 2009

Ormai la sofisticazione alimentare sta dilagando e la cosa più preoccupante è che non esiste ancora in Italia una seria legislazione in grado di salvaguardare il cittadino in questo settore.
In realtà quello che non viene ancora salvaguardato è l’intero sistema alimentare che continua a produrre – al di là delle sofisticazioni – cibo di cattiva qualità che continua a contenere conservanti e olii idrogenati di indubbia provenienza dannosissimi per la nostra salute.
Quindi è un discorso che va affontato all’origine oltre che all’arrivo delle merci contaminate. Noi non teniamo conto che i cibi sono composti da molte sostanze, e che parte di queste sono assolutamente nocive tanto da essere incriminate nell’insorgenza di molti tumori e malattie cardiovascolari.
“Ben un reato su quattro per frode e sofisticazione alimentare è stato commesso nel 2008 da titolari di esercizi, bar e ristoranti stranieri, nonostante rappresentino una esigua minoranza in Italia.”
E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti dell ’Ordinanza contenente l’elenco delle sentenze penali passate in giudicato e prevenute nel corso dell’anno 2008 a carico di produttori alimentari, condannati per reati di frode e sofisticazioni alimentari, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 17 febbraio 2009.
Tra i tipi di reato segnalati – sottolinea la Coldiretti – si possono evidenziare la vendita di kebab in cattivo stato di conservazione, di spiedini di pollo nocivi per la presenza di salmonella, di ravioli cinesi farciti con imballaggi inidonei per gli alimenti, di panini insudiciati perché contenenti feci di ratto, di mitili e cozze con cariche microbiche di coliformi fecali superiori ai limiti consentiti.
Le sentenze di condanna – continua la Coldiretti – nel 2008 sono complessivamente 81, di cui 61 a carico di imprenditori italiani, 13 a carico di imprenditori cinesi, 2 a carico di imprenditori pakistani. Risultano condannati, inoltre, 1 imprenditore egiziano, 1 peruviano, 1 dello Sri Lanka, 1 di Singapore, 1 del Marocco.
Si tratta di un riscontro oggettivo dell’esigenza di stringere i controlli sulla sicurezza alimentare nell’offerta di cibi che evidenziano in Italia una rapida e incontrollata crescita ed utilizzano spesso come ingredienti prodotti di importazioni che non garantiscono gli stessi standard di quelli nazionali. E’ il caso ad esempio del la Cina che è il Paese che ha ricevuto dall’Unione Europea il maggior numero di notifiche per prodotti alimentari irregolari perché contaminati dalla presenza di micotossine, additivi e coloranti al di fuori dalle norme di legge, sulla base della Relazione sul sistema di allerta per alimenti e mangimi.
Di fronte all’estendersi dell’allarme sui rischi dei prodotti provenienti dall’estero è importante stringere i controlli, ma anche estendere l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza di tutti gli alimenti per favorire i controlli, permettere l’immediato ritiro dal mercato dei prodotti eventualmente pericolosi e garantire così la sicurezza dei cittadini.
Scritto da carmendlv | Sotto alimentazione, salute
Domenica 22 Febbraio, 2009

Ultimamente ci arrivano spesso notizie riguardanti l’effettiva efficacia legata all’assunzione dei complessi vitaminici. Una notizia dell’Ansa ci riporta per l’ennesima volta sull’argomento e ci induce a riflettere circa l’utilita’ dei complessi multi-vitaminici per rafforzare il sistema immunitario e prevenire malattie gravi quali tumori o patologie cardiovascolari: a dedicare al tema un vasto approfondimento e’ il ‘New York Times’ che fa il punto sugli ultimi studi in materia. Recenti ricerche suggeriscono addirittura un potenziale aumento dei rischi di sviluppare alcuni tipi di cancro a fronte dell’assunzione regolare di vitamine in pillole. Un’indagine dell’universita’ del North Carolina ha a questo proposito osservato come in esperimenti su topi con tumore cerebrale e’ risultato che i ratti che seguivano una dieta a basso contenuto vitaminico avevano tumori piu’ piccoli degli animali che consumavano molte vitamine. Alcuni esperti, tra cui Peter Gann dell’universita’ dell’Illinois sospettano che ”molte vitamine antiossidanti siano in realta’ anche ‘ossidanti”, che possano cioe’ in determinati contesti organici causare piu’ problemi di salute che prevenirli”. Ma la maggior parte delle ricerche ha sinora piu’ che altro concluso che un regime multi-vitaminico e’ inutile per quanto riguarda la prevenzione di malattie croniche o gravi: e’ il caso dello studio condotto su 160.000 donne, il ‘Women health initiative’ che non ha riscontrato alcun beneficio nell’uso dei supplementi. Un’ eccezione e’ il consumo di calcio in pasticche: la sua assunzione regolare abbasserebbe i rischi di polipi del colon precancerosi del 15%. Eppure, nonostante la mancanza di certezze sulla loro efficacia, circa la meta’ degli americani adulti usa qualche tipo di vitamina per un costo di 23 miliardi di dollari l’anno.
Scritto da carmendlv | Sotto alimentazione
Venerdì 20 Febbraio, 2009
![A cow [15/365]](http://farm3.static.flickr.com/2058/1846375599_f0190f706a.jpg)
La presenza degli indiani negli allevamenti italiani è diventata di straordinaria importanza.
Sono quasi diecimila (9832) gli indiani immigrati che lavorano regolarmente in agricoltura soprattutto negli allevamenti dove senza di loro sarebbe a rischio la produzione dei grandi formaggi italiani: dal parmigiano reggiano al grana padano, dal pecorino romano al provolone. E’ quanto afferma la Coldiretti nel condannare il gravissimo episodio criminale a danno dell’immigrato dall’india che si è verificato a Roma.
Gli indiani – sottolinea la Coldiretti – sono in forte crescita tra i 98mila lavoratori agricoli extracomunitari presenti nell’agricoltura italiana e rappresentano la seconda principale componente dopo gli albanesi e prima dei marocchini.
Il lavoro degli immigrati indiani – precisa la Coldiretti – è particolarmente apprezzato negli allevamenti per l’attività di mungitura e di gestione delle stalle dove hanno sostituito la tradizionale opera dei “bergamini”, una figura storica nelle aziende della pianura padana.
La presenza dei lavoratori indiani e degli altri extracomunitari è essenziale per il successo del Made in Italy agroalimentare come dimostra la presenza nelle campagne del 13 per cento di stranieri sul totale dei lavoratori agricoli, secondo il XVI Rapporto Caritas/Migrantes sull’immigrazione al quale ha collaborato la Coldiretti.
Il fatto che siano saliti i rapporti di lavoro in agricoltura identificati negli archivi INPS e riconducibili a soggetti non italiani, dimostra – conclude la Coldiretti – la determinazione della stragrande maggioranza dell’imprenditoria agricola a perseguire percorsi di trasparenza e qualità del lavoro anche se permangono, purtroppo, inquietanti fenomeni malavitosi e di becero sfruttamento della manodopera, che gettano un’ombra pesante su un settore che ha invece scelto con decisione la strada della regolarità.
Scritto da carmendlv | Sotto alimentazione, curiosità
Giovedì 19 Febbraio, 2009

I prodotti made in Italy sono da sempre imitati all’estero. L’ultimo falso Chianti arrivato sul mercato si chiama Key Auntie è prodotto negli Stati Uniti e fa leva sulla pronuncia inglese del nome per ingannare i consumatori. E’ quanto afferma la Coldiretti nel sottolineare che si tratta di un vino prodotto dalla Scatter Creek Winery al prezzo di 14,5 dollari alla bottiglia.
Un prodotto che può essere facilmente acquistato su internet e che viene descritto come eccellente per accompagnare la cucina italiana dalla ditta produttrice. Peraltro – continua la Coldiretti – una edizione speciale 2009 è stata realizzata per celebrare l’elezione del presidente degli Stati unti Barak Obama.
Ma imitazioni del vero Chianti Made in Italy sono molto diffuse in tutto il mondo e in California è la Forest Ville a mettere sul mercato dell’improbabile Sangiovese – Chianti, scovato dalla Coldiretti. Si tratta della conferma del fatto che – sottolinea la Coldiretti – il Chianti è il vino italiano piu’ amato, ma anche piu’ imitato all’estero dove sono molte diffuse imitazioni che mettono a rischio l’immagine del prodotto.
All’estero sono falsi piu’ tre prodotti alimentari “italiani” su quattro, con le esportazioni dall’Italia che raggiungono il valore di 18 miliardi di euro e rappresentano appena un terzo del mercato mondiale delle imitazioni di prodotti alimentari Made in Italy che vale oltre 50 miliardi di euro. La pirateria agroalimentare internazionale – denuncia la Coldiretti – utilizza impropriamente parole, colori, località, immagini, denominazioni e ricette che si richiamano all’Italia per prodotti taroccati che non hanno nulla a che fare con la realtà nazionale: dai vini ai formaggi, dai salumi ai biscotti, dall’olio di oliva ai condimenti. Il rischio reale – conclude la Coldiretti – è che si radichi nelle tavole internazionali un falso Made in Italy che toglie spazio di mercato a quello autentico e banalizza le specialità nostrane frutto di tecniche, tradizioni e territori unici e inimitabili. Per questo la tutela delle denominazioni di origine è una priorità nell’ambito dei negoziati sul commercio internazionale del Wto.
E’ vero che i prodotti italiani sono legati ad una tradizione così millenaria che è difficilissimo imitarli. Ma per quanto tempo ancora?